"La cosa importante è essere capaci in qualsiasi momento di sacrificare quello che siamo per quello che potremmo diventare" (Charles Dubois)
Ci sono stati giorni che sono sembrati infiniti, giorni in cui ero persa in orbita neanche fossi sul serio la ragazza dello Sputnik, come nel libro di Murakami che ho appena finito di leggere. Giorni a Lecce che avrei preferito non vivere. Poi tornata qui qualcosa all'improvviso è cambiato. Quello che è più stupefacente è che questo qualcosa è cambiato dentro. E senza nessuna ragione manifesta, come solo raramente accade, per lo meno in questa folle carambola che è la mia vita. Mi sembra di passare indenne attraverso tutto, ogni nebbia si è diradata, trasformata in una sostanza ancora più inconsistente, lattiginosa. Riesco ad apprezzare persino Milano e il caos in cui è immersa in questi giorni di aprile. Mi hanno resa dimentica. Lui è lontano anni luce, chiuso in una specie di campana di vetro che lo ha reso sconosciuto ai miei occhi. E' così che mi è apparso in quelle notti salentine su cui tanto avevo ricamato. Mi ha destabilizzato nel profondo, stupita, annientata. Fino a quasi a lacerarmi dentro. Ora non c'è più, a parte nei rari momenti in cui è l'alcol a suggerirmi di comporre quel numero maledetto. Solo per sentire, ancora una volta, quelli squilli vuoti, che sembrano ripetersi all'infinito. Al mattino non ricordo quasi più niente. Come fossi passata attraverso un territorio inesplorato che resta così, incontaminato. Un territorio aspro, in cui non metterò più piede.
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