mercoledì 6 giugno 2007
Mettiamola giu' sincera: e' piu' forte il terrore di non sentirlo anche solo un giorno che la voglia effettiva di chiamarlo. Meglio cosi'. Meglio starsene rintanate in camera mia in queste sere di giungo ad ascoltare la voce scivolosa di Erika Badu e a leggere ad un ritmo forsennato. Tanto il tempo inclemente non consente alternative. Cosi' ho finito per divorare Rio di Leonardo Colombati e il mio giudizio potrebbe essere riassunto nella simpatica espressione: "A Colomba' ma che te fumi?", come nella miglior tradizione romana cui lui sembra tenere tanto. Mi sono fidata perche' avevo letto che e' amico di Desiati, Piperno e Saviano, tre scrittori che apprezzo, specie l'ultimo. Ma con Colombati porprio non ci siamo. La scrittura innanzitutto: troppo compiaciuta, troppo ricercata, al limite del parossismo. Una scrittura che manca di naturalezza, che non sgorga da dentro. Si nota subito di come sia "studiata". Poi magari mi sbaglio ma e' questa l'impressione che ne ho ricavato. Per non parlare della trama: sto pariolino di Colombati racconta del figlio di un palazzinaro che assurge alle elite economico-finanziarie e a quelle letterarie di livello internazionale, conservando sempre, fino alla fine, un cinismo vomitevole. Ma dietro a tutto mi sembra ci sia solo un'aura di snobismo dell'autore che dichiara: "Avrei potuto essere io il narratore se solo avessi preso un paio di decisioni sbagliate". Mah!Forse avrebbe fatto meglio a dedicarsi alle conseguenze di tali decisioni che alla scrittura di questo libro inutile.
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2 commenti:
Che t'avevo detto?
E vabbe' me l'avevi detto? ma io la testa dura lo sai e devo verificare. Poi che ci posso fare? Mi devo fidare di D'Orrico? Osanna allo stesso modo Colombati e Cappelli!!
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